251118
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Sono nata domani
sotto stelle calanti
un poco insonnolite
e sono già tre gli anni
che se le cerco in cielo
si fanno più distanti
lontane mille mondi
dai miei piccoli passi
vaghe stelle incostanti.
C'era stato mi pare
un po' di giorni fa
un certo antelucano
riunirsi clandestino
di allodole o di merli
e un parlottio sommesso
persino un accordarsi
tra i pini e gli oleandri
come per un concerto.
Ma presto tutto è smesso.
La manifestazione
non era autorizzata,
ha detto il tribunale,
e stava diffondendo
la falsa percezione
di un cambio di stagione.
Con questo buon pretesto
maestri ed orchestrali
sono stati cacciati
per qualche notte al fresco.
Sotto un tetto compatto
di nerofumo in strati
si è aperto a occidente
il sipario, e d'un tratto
sullo schermo gigante
si è acceso l'orizzonte
ed è comparso in scena
il Natale morente
che voilà si è poi spento
tra compianti d'opale.
Mi sono un poco alzata
ma non cresco davvero.
Per quanto ora cammini
e corra per le stanze
e scenda anche i gradini
non ho ancora imparato
come si fa a parlare,
soltanto mi compiaccio
di cacciare ogni tanto
uno strido. E lo provo
e lo faccio durare
finché mi regge il fiato
su una stessa frequenza
che pare non umano:
un verso da scimmietta
o di elfo addolorato,
di sperduta creatura
di qualche specie nuova
apparsa sulla terra
per sbaglio di natura.
Già si smorza la luna.
Affonda ogni figura
nella notte piovosa
mi si vela la voce
mentre parlo da sola
reclusa dentro un'auto
che mi conduce a casa
lontana ormai dagli occhi
col cuore tutto in ombra
privata anche del nome.
Somigliante a una cosa.
Mi sveglio dal mio sonno
che dura dall'estate.
Non ho fatto progressi,
non so che sillabare.
(Ma chissà quanti pesci
mostruosi degli abissi
chissà quante cicute
spigate ormai nell'orto
e chissà quanti treni
partiti coi pensieri
verso un binario morto
debbo avere perduto
restando qui a sognare).
Non so scrivere più.
Non mi vengono versi
altro che di pollame, di liete gallinelle
antiche, leopardiane
- che nemmeno più quelle
ormai ci sono più.
C’è solo la tempesta, che rimane
in sospeso, non arriva
e non passa,
se ne resta acquattata
oltre i camini scuri, oltre i tersi
confini di questa tettoietta
di stupefatto blù.
"Oggi chiuso" avrei scritto.
Non per ferie nè lutto:
solo "per malinconia".
Ma non chiudo, è lo stesso:
qui si spegne la scia
dei miei versi e di tutto
il penoso rifritto
di questa striminzita
operomnia bloggesca.
Del pesce in cui è finita
lascio ai gatti la lisca.
È tutto un chiacchierare
e riciclarsi storie
tutt'un rammaricarsi
e forse un protestare
o ritornarci su
e c'è quello che canta
o si sgola in richiami
o predica dai tetti
profeta inalberato
su un'antenna tivvù
tra il ridacchiare lieve
di un popolo celato
nel fresco delle foglie
cui vanamente Gatto
tra i panni d'un balcone
fantastica di agguati
passeggiando su e giù.
Dove andranno i poeti
dove gli antichi saggi
i pargoli innocenti
e quella brava gente
gentile d'altri tempi
con i buoni selvaggi
i giusti d'altra fede
i lieti miscredenti?
Che fecero di male
per dovere di colpo
traslocare tra i santi
e deporre i discorsi
lo struggimento dolce
d'un infinito esilio
nel crepuscolo quieto
per entrare assordati
da sterminati canti
nella luce abbagliante
di un giorno senza sera?
Era forse assai meglio
finirsene nel nulla
dispersi in grembo al vento
che soffia tra le ciglia
ai santi trebbiatori
lo sfarinio di pula.
proteus2000 in Sono nata domanisott...
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